di FABRIZIO VINCENTI — “Sulla Manifattura sud non è vero che tutti hanno perso: perché in qualsiasi battaglia c’è sempre un vincitore e uno sconfitto, ovvero chi ha raggiunto un obiettivo e chi no. Sulla vicenda il Comune ha fallito nonostante il grosso impiego di risorse umane ed economiche che ha messo in campo. Adesso che abbiamo resettato la questione, mi auguro che ci sia il buon senso di attendere il prossimo sindaco prima di intervenire con atti che potrebbero non trovarne la condivisione futura. Dall’esito della vicenda manifattura, la lezione da trarre è che prima di affidarsi alla progettualità dei privati, sarebbe meglio prepararne una come ente pubblico, cercando di condividerla con la cittadinanza tenendo, come filo guida, quello che vogliamo che sia la Lucca del futuro“
Difficile non essere d’accordo con quanto sopra riportato. Sono dichiarazioni, l’avreste detto?, che risalgono al 2021 e che, con grande lucidità, erano state rilasciate dall’allora consigliere di opposizione Alessandro Di Vito, ora capogruppo di Forza Italia. Affermazioni che, mutatis mutandis, valgono però anche cinque anni dopo. L’unica differenza è che potrebbero essere state scritte da un qualunque esponente dell’opposizione di centrosinistra, a cui, con una visione leninista della verità, risulterebbe facile occultare quanto in dieci anni l’amministrazione Tambellini abbia a sua volta preso topiche su questo storico edificio.
Basta ricordare il blocco reiterato dei lavori alla parte nord, – d’accordo con due fallimenti delle aziende coinvolte ma qui andrebbe citato Napoleone Bonaparte che preferiva i generali fortunati a quelli di qualità – ma anche la vendita, a prezzi davvero di occasione, di una parte dell’edificio a un’azienda sconosciuta dietro cui si celerebbe un notissimo imprenditore del settore cartario, per finire con il flop totale del progetto Fondazione Cassa-Coima per il quale qualcuno fa finta di non ricordare le reali e non certo marginali cause che hanno portato alla sua interruzione. Tutto vero, ma, va aggiunto, in quattro anni il centrodestra a guida Pardini non è riuscito altro che a bissare il fallimento, accodandosi ai suoi illustri predecessori.
Qualcuno parla di una vera e propria maledizione che aleggia sulla Manifattura da quando lo storico stabilimento di sigari ha abbandonato il centro storico: in oltre venti anni, siamo praticamente a zero o quasi. Tante buone (e meno buone) intenzioni; fatti zero o quasi. E viene da chiedersi quanto sia difficile progettare simili interventi, ma anche quanto modeste siano le forze politiche come quelle amministrative presenti in Comune di fronte a progetti nei quali la parola complessità è quella d’ordine. Basti pensare che ci sono voluti due anni due per passare dalla manifestazione di interesse di Polimea al bando vero e proprio. Avanti adagio, insomma e qualcuno trova pure modo di difendere la macchina amministrativa.
Ma c’è di più in questa vicenda che testimonia l’incapacità di una intera città e in questo caso anche del centrodestra che sul tema dei grandi contenitori ha abbondantemente deluso. Caserma Lorenzini, Museo del Fumetto, Palazzo Guinigi e la sua destinazione, la rsa di Monte San Quirico e per ultima proprio la Manifattura ci paiono prove lampanti. Lasciamo fuori lo stadio, perché se qualcuno non se ne fosse accorto la Lucchese è di nuovo fallita e la ultima proprietà si è insediata da solo un anno. Così come sullo spazio di Pulìa, piaccia o meno, qualcosa si sta muovendo.
Ma è sulla Manifattura che conviene tornare, perché l’esito negativo incontrato dalla proposta di Polimea (bloccata per motivi formali) viene da lontano. Bene infatti ricordare che sulla destinazione della Manifattura il centrodestra (come il centrosinistra quando era al governo) le posizioni erano e sono tutt’altro che allineate. Per chi non lo ricordasse, rinfreschiamo la memoria: il discusso e discutibile progetto Fondazione Cassa-Coima incontrò l’opposizione feroce di molti degli attuali assessori: Santini, Barsanti, Bruni, Bartolomei e anche di Cecchini che nella maggioranza è stato sino a pochi mesi fa. Di contro, altri esponenti, citiamo gli assessori Buchignani e Consani, ma anche il presidente del consiglio comunale Torrini, erano convinti della bontà del progetto. E Pardini? All’epoca stava disegnando la sua candidatura, e sul tema, come spesso gli accade, cercò di non soffermarsi come fa spesso quando il campo di battaglia rischia di farti perdere qualche alleato. Forse sperò che finisse nel nulla oppure che andasse a meta: e in questi due casi il prendere posizione a quel punto sarebbe stato ridondante. Finì con il flop, ma gli schieramenti sono rimasti – salvo qualcuno che, forse in vista delle elezioni, si è nel frattempo defilato – basti ricordare quanto è stato complicato assegnare la delega sulla Manifattura a Elvio Cecchini.
Le resistenze e le tensioni, all’interno della maggioranza, c’erano tutte. Ora lo schieramento pare immobile, rattrappito, quasi incapace di rispondere a tono all’opposizione nonostante i fallimenti di questa sull’argomento siano, come detto, evidenti. Una incapacità forse dettata dall’assenza di una direzione di marcia comune. E’ chiaro che all’interno del perimetro di maggioranza si vorrebbe spingere per soluzioni diverse e per certi aspetti opposte. Una paralisi a cui probabilmente metterà mano il sindaco da solo o con pochi fidi – ormai è la cifra di molte decisioni anche degli ultimi tempi – qualora venisse rieletto. Magari, non lo escludiamo, ha già deciso. Gli assessori e i consiglieri di maggioranza, se ancora lo saranno, lo apprenderanno come molto spesso dalla stampa.

Giornalista
