di Fabrizio Vincenti – Quello che sta accadendo fa semplicemente vergogna ad un intera classe imprenditoriale, salvo poche eccezioni.
La questione è seria e pure grave. Chi pensa di derubricarla a semplice disinteresse dell’imprenditoria locale verso il calcio cittadino, perché privo di appeal, è fuori strada. E non escludiamo che in alcuni casi vi sia pure malafede.
Il fallimento della Lucchese 1905, e soprattutto l’assenza, anche nelle ore in cui scriviamo, di un qualunque interessamento da parte del tessuto imprenditoriale per provare a ravvivare la squadra cittadina non è e non può essere fatto scivolare sotto silenzio per molti motivi. Prima di tutto, perché, come accennavamo, il disinteresse, la misantropia della classe imprenditoriale locale, anzi ormai globalista – per quanto sul loro documento di identità si possa leggere come luogo di nascita Lucca, Capannori o zone limitrofe – non è assolutamente limitato alla squadra di calcio. E’ a tutto tondo. E’ generalizzato. E’ pluridecennale.
Ci si limita a finanziare una squadretta dove magari il piccolo di casa si sgranchisce le gambine. O una corsa podistica attraverso qualche premio in natura ai partecipanti. O, ancora, si corrispondono degli oboli di sponsorizzazioni che fanno sorridere per la dimensione degli importi corrisposti. E, lo ribadiamo, il discorso non vale solo per il calcio. E nemmeno solo lo sport. Anzi.
Citiamo tre esempi, ma potrebbero essere trenta. Forse trecento.
Nella passata amministrazione Tambellini, l’allora assessore alla Cultura Ragghianti ci confidò sconsolato che, per una raccolta fondi a favore del Teatro del Giglio, durata mesi e mesi di contatti, una delle primarie aziende del territorio si frugò in tasca e, straziandosi cuore e anima, pensò bene di offrire duemila (ripetiamo: duemila) euro. Ragghianti con un notevole dose di dignità si risolse per non farne di nulla. L’elemosina, in effetti, si dovrebbe fare in chiesa e possibilmente senza pubblicità.
Potremmo poi citare il basket femminile, fatto fallire per circa 200mila euro senza che un gruppo locale si sentisse in dovere di tenerlo in vita nonostante l’impegno dell’attuale assessore regionale Baccelli che si era speso con le primarie aziende del territorio, anche in quel caso per importi ridicoli.
Ma lo sconcio va tuttora avanti: tempo addietro ci è stato confidato che anche Le Mura Sping in alcuni casi non riesce nemmeno a ottenere un appuntamento per farsi ascoltare e quando succede la risposta è un no più o meno diplomatico. Lo stesso no che si è sentito rivolgere il basket maschile a caccia di uno sponsor per provare a scalare le categorie.
“Son tempi difficili”, una delle risposte davvero molto originali che questi illuminati imprenditori e i loro fidi dirigenti esibiscono con sconcertante regolarità. Le cifre in ballo, potete immaginarlo, sono risibili. L’altra risposta in automatico è “se li diamo a voi, li dobbiamo dare a tutti”.
Un compendio di ipocrisia che ha generato un rimbrotto persino da parte del presidente uscente della Fondazione Cassa che ha parlato di qualcosa che somiglia a una scusa. E in effetti lo è: sarebbe come se, per spiegarci, un’azienda volesse sponsorizzare la Juventus e si trattenesse dal farlo, perché teme l’assalto del Pinerolo o del Chivasso.
Scuse, ed anche piuttosto patetiche, visto che i fatturati e gli utili di molti gruppi che stazionano da queste parti non segnano flessioni. Come flessioni non si registrano, nelle tante campagne (pagate quelle sì fior di milioni) di green washing. Già, perché, per chi non lo ricordasse, il consumo di suolo, di acqua, la produzione di inquinamento non sono generate come pensa qualcuno da qualche caminetto degli abitanti delle zone collinari.
Abbiamo citato, a titolo di esempi, calcio, basket maschile, basket femminile e cultura, per far comprende che quello che sta accadendo fa semplicemente vergogna ad un intera classe imprenditoriale che si salva solo per poche eccezioni.
Agli amministratori locali, tutti, nessuno escluso a cominciare dal sindaco Pardini ma anche dai suoi colleghi nelle realtà vicine, chiediamo più coraggio: per quanto siano nani nei confronti di questi giganti, devono farsi sentire. E se non ci sono risposte, che lo dicano. Facendo nomi e cognomi di chi non ha nessuna intenzione di mettersi a disposizione per ripagare le proprie comunità dalla presenza a volte ingombrante di alcune attività.
Basta bon ton, basta buone maniere con chi, dietro la garanzia del silenzio istituzionale, dimostra totale insensibilità. Le ricadute sul territorio delle loro attività fortemente lucrative, infine, non possono e non devono essere tamponate con la storiella della creazione dell’occupazione nella Piana. Quasi un ricatto morale, quasi a dire, occhio altrimenti ce ne andiamo pure da un’altra parte del mondo.
Ora, al di là del davvero pessimo gusto di chi, talvolta anche pubblicamente, accenna all’ipotesi delle delocalizzazioni, nella peggiore tradizione di un capitalismo senza patria e senza radicamento alcuno, va detto che almeno in parte è pure un’arma scarica, visto il livello di specializzazione che molte delle nostre aziende hanno raggiunto, anche grazie al lavoro febbrile dei propri dipendenti. Che provassero a portare le attività altrove. Forza, coraggio: fatelo.

Giornalista
