PD e Referendum 2025
Attualità

Il magnifico mondo distopico della Sinistra italiana 

di Fabrizio Vincenti – Se la democrazia, che si regge con molti limiti, sui numeri ha sempre un senso, il risultato del Referendum è chiaro.

A ben vedere l’analisi più spietata sul flop referendario l’ha fornita il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, che ha definito Giorgia Meloni “più fortunata che brava”, riferendosi ovviamente all’inconsistenza politica dei suoi avversari che anche nella circostanza paiono aver voluto imboccare (allegramente) a fari spenti e contromano un’autostrada. Senza nulla togliere ai meriti del premier, meriti riconosciuti anche da molti che politicamente le sono distanti, in effetti il comportamento mostrato dalle opposizioni è parso sconcertante.

Sorvolando sul fatto che alcuni dei quesiti sul tema del lavoro che si provava ad abrogare riguardavano leggi votate a suo tempo da larghi settori dell’attuale opposizione, e questo renderebbe già l’idea da bispensiero orwelliano da cui sono affetti dalle parti del Pd e dintorni, le grida di vittoria che provengono per aver portato circa 14 milioni di italiani, ovvero un numero superiore a quello che il centrodestra colse alle politiche del 2022, sono incomprensibili. Si maschera l’impotenza per vittoria.

Il Pd, in un suo manifesto, sottolinea che 13 milioni hanno chiesto un cambiamento, più di coloro che hanno votato il centrodestra alle politiche del 2022. Bene. E quindi? Al di là del fatto che i numeri (ovvero i milioni di sì e i votanti per il centrodestra nel 2022 sono rispettivamente sovrastimati e sottostimati) e che si rischia di confondere pere con cavoli, ovvero voti ai partiti con partecipazione a un referendum, va sottolineato come vi sia, dati alla mano, oltre il doppio di elettori che non hanno invocato un cambiamento (tra astenuti e votanti per il no). E se la democrazia, che si regge con molti inciampi e limiti, sui numeri, ha sempre un senso, il risultato è chiarissimo.

Parlare di voglia di cambiamento evidente, di una opposizione che ha superato il governo somiglia a una forma di propaganda mal congegnata. Il fatto è che il Pd e i suoi alleati hanno scelto, ancora una volta, una dimensione barricadera, non a caso rappresentata dal sindacalista Landini, che, toltasi la paterna mano dalla spalla del banchiere Draghi, ha provato a spostare a sinistra tutta l’eterogenea coalizione. Ma la coalizione arcobaleno, con queste parole d’ordine, può andar bene in una dimensione comunale, dove entrano in ballo tanti fattori compresi lo spessore dei candidati sindaci, o funzionare laddove il buon Guareschi potrebbe dare vita a nuovi episodi, rivisti e aggiornati, del trinariciutismo di sinistra, a cominciare dalla Toscana e dall’Emilia. E’ chiaro che fatica e non poco in una dimensione nazionale.

C’è poi un’altro aspetto da sottolineare: questi voti referendari sono arrivati dai soli elettori di sinistra e dunque la chiamata alle armi è stata solo politica? Oppure, come a targhe alterne è stato detto, erano referendum che non dovevano avere un riflesso politico, interessando i cittadini a prescindere dalle idee? Qualcosa non quadra. I toni trionfalistici cozzano in ogni caso con una bocciatura sonora, con una percentuale di partecipazione largamente inferiore al quorum.

I numeri certificano poi come lo strumento referendario, così com’è, andrebbe cambiato. Magari innalzando il numero delle firme per richiedere le consultazioni, magari abolendo il quorum e consentendo la possibilità di chiedere referendum propositivi e non solo abrogativi. Se 80 anni fa questa ipotesi faceva paura, ora fa solo ridere continuare a volerla negare: nel frattempo, alcuni tra i pochi referendum passati, citiamo per esempio quelli sulla responsabilità civile dei magistrati e sull’acqua pubblica, sono stati sviliti nel loro esito dalla produzione di una nuova legislazione parlamentare che si è fatta beffe del dettato popolare. Ecco perché il referendum propositivo, in un Paese levantino come il nostro, servirebbe ad evitare veri e propri scippi di sovranità.

Due parole infine sul disastro registrato sul quesito per garantire la cittadinanza rapida agli immigrati: il risultato è andato oltre ogni aspettativa, visto che oltre un elettore su tre che è andato a votare si è dichiarato contrario. A conti fatti, gli italiani, persino una parte di chi vota a sinistra, non vogliono nemmeno sentir parlare di ius soli, cittadinanza facile e altri armamentari del centrosinistra e della parte progressista del clero, in questa crociata stimolate dalle tante realtà che sull’immigrazione ci campano.

Eccome se ci campano. Il referendum ha fatto capire con forza che la realtà – si legga il livello di delinquenza prodotta da un numero consistente di stranieri e la loro mancata integrazione – è più forte delle utopie progressiste. Sarebbe davvero il caso, semmai, di avviare un serio dibattito sulla remigrazione. Un tema che ovviamente la Sinistra italiana ritiene da appestati, il tutto mentre il laburista Starmer si fregia di comunicare con enfasi i dati degli immigrati espulsi, e il tecnosinistro Macron, tra uno schiaffo della consorte e una foto con un rapper di grido, tratta non certo con i guanti bianchi i clandestini che provano a varcare il confine a Ventimiglia. Per non parlare di quello che accade in Spagna, in Danimarca e anche in Germania.

Il mondo è cambiato, ma la Sinistra nostrana pare non rendersene conto. Vive in una sorta di fantastica realtà distopica, dove c’è solo da combattere il Fascismo e Trump e la di lui creatura Meloni, alzando fieramente le bandiere dell’Unione Europee, dopo che quelle con la falce e martello sono state dolorosamente riposte nel cassetto. Sarebbe il caso che qualcuno si svegli, perché un sistema democratico non può reggersi con uno degli attori principali che stabilmente dimora su Marte.