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Cultura e Spettacolo

Beatrice Venezi: “Puccini contro tutti”

di ALDO BELLI – L’ultimo libro del direttore d’orchestra Beatrice Venezi offre nuovi spunti di lettura sulla vita di Giacomo Puccini.

Ho ricevuto dalla casa editrice UTET l’ultimo libro scritto da Beatrice Venezi: “Puccini contro tutti. Arie, fughe e capricci di un genio anticonformista”.

Per la Casa Editrice Utet, la Venezi ha pubblicato “Allegro con Fuoco”, “Le Sorelle di Mozart” (tradotti in francese e in spagnolo), “l’Ora di Musica” e adesso “Puccini contro tutti”. Per DeAgostini ha curato il manuale di educazione musicale per le scuole secondarie di primo grado “Armonie”. Nel 2022 ha pubblicato il saggio “Ciclicità, staticità e atemporalità – Viaggio del viandante nell’estetica schubertiana” all’interno di “Verbum Caro”, raccolta miscellanea dedicata all’80° genetliaco del Cardinale Ravasi (Edizioni SanPaolo).

L’ultimo libro coglie l’occasione del Centenario della morte del Maestro per proporre ai lettori un ripasso ragionato, ma non senza spunti originali. Questi sono i titoli degli undici capitoli: “La musica nel sangue. Mottetto per san Paolino, 1877; La vie de bohème. Le Villi, 1884; Una promessa da mantenere. Edgar, 1889; Lavorare nel grande er Puccini. La bohème, 1896; Il grave torto di essere sensibile. Tosca, 1900; In automobile a Torre del Lag Madama Butterfly, 1904; Viaggi. La fanciulla del West, 1910; Puccini e Mascagni. La rondine, 191 ; Pu e la politica, guardata a distanza. Inno a Roma, 1919; Al lavoro fino alla fine. Turandot, 1926; Gli ultimi anni”.

La ricorrenza di un anniversario giustifica sempre il ricorso al ripasso. E anche la Venezi attinge ampiamente dal meglio della bibliografia di oltre mezzo secolo, rendendo omaggio prima degli altri a Giuseppe Adami, “Puccini. Il romanzo di una vita”, pubblicato da Rizzoli nel 1942 da Rizzoli. II ripasso serve per contestualizzare: il libro ha molti meriti (la piacevole scorrevolezza del testo, ad esempio, o la documentata illustrazione di alcuni momenti ancora oggi controversi), ma il merito principale a me è parsa l’attenzione posta su un aspetto della personalità del Maestro che rivela con efficace chiarezza documentata, il risvolto peggiore dell’uomo del suo tempo.

Un merito non da poco, scrivere di un anticonformista come Puccini senza essere conformisti.

Beatrice Venezi, prende le mosse dal rapporto tra Puccini e Mascagni (“Puccini e la politica, guardata a distanza”). “Mascagni ha avuto il torto di essere troppo ossequiente a D’Annunzio… Sul teatro non ci vogliono parole. Ci vogliono fatti. Il padrone deve essere sempre il musicista” dichiara Puccini in un’intervista. A Puccini non piace la “verbosa solennità” di D’Annunzio, e forse non solo quella. Nel 1917, l’Italia in piena guerra mondiale, Puccini porta in scena “La rondine”: viene interpretata come una manifestazione del suo disimpegno politico. E probabilmente, in realtà lo è . Scrive Venezi: “Non è un caso, comunque , che la guerra provochi negli artisti ‘reazioni’ simili, di distacco dai fatti storici: per il primo come per il secondo conflitto mondiale, abbiamo infatti numerosi esempi, anche nel campo della letteratura, di come i grandi conflitti possano costituire terreno fertile per opere piene di vitalismo e ripiegate nella sfera era del privato”.

Puccini non teneva alle relazioni con il potere politico. Disapprovò la guerra, ma lo esternò solo privatamente: “La guerra è troppo orribile: qualunque risultato abbia, sia vittoria sia disfatta, le vite umane sono sacrificale. Siamo in un mondo tremendo e non accenna ad avere fine questo stato crudele di cose!”. Scrive cosi in una lettera all ‘amica Sybil Seligman nel dicembre 1914 .

Puccini cerca sempre di “sottrarsi al dibattito pubblico intorno alla guerra , preoccupandosi invece per la sicurezza della sua famiglia e per il destino delle sue opere in Europa”. Non “appone la sua firma al manifesto sottoscritto da una serie di artisti e scrittori in segno di pro testa per il bombardamento della cattedrale di Reims, così cara ai francesi. La sua assenza non passa in osservata, qualche giornale francese legge nel suo gesto u n vero e proprio atto di connivenza”. La Venezi riporta un passaggio del volume di Claudio Sartori dedicato a Puccini: “Assolutamente al di fuori e sordo a ogni corrente politica, a ogni entusiasmo più o meno giustificato, patriottico o semplicemente ingenuo comunque oggi si voglia giudicare la campagna interventista di allora, si preoccupò solamente del fatto che le sue opere
erano eseguite tanto in Germania e in Austria che in Francia e in Inghilterra e volle evitare assolutamente che l’un paese o l’altro lo boicottasse … Per Puccini, la guerra “esiste quasi unicamente come fenomeno molesto per i suoi interessi sia spirituali che materiali”
concludeva Sartori.

Scrive Puccini all’amico Ferrucci o Pagni in una lettera del 1898: “Non ti ho telegrafato, perché non voglio sapere di manifesti elettorali e similia . Ho tutta la stima per l”amico Riccioni [sindaco di Viareggio}, ma non voglio entrare in giripesca d’elezioni. lo abolirei Camera e deputati, tanto mi sono uggiosi questi eterni fabbricanti di chiacchere … A Viareggio eleggano Mundo o Felice il bagnino, a me poco importa.”.

Al Maestro nel 1919 viene richiesto dal sindaco della capitale “Inno a Roma”. Scrive alla moglie Elvira: “Ho finito l’Inno a Roma (una bella porcheria), domani viene Sadun a copiarlo in bella e lo manderò. Sarà quel che sarà”. L’autrice del libro ne offre una lettura diversa: “È troppo poco, quella frase, per leggerci dentro la presa di distanza tombale da parte di un autore nei confronti di una sua opera. E prosegue: “l’lnno a Roma non contiene nessun tipo di riferimento ideologico. e per fare un buon servizio alla musica di Puccini, oggi, è necessario proporre questo brano, veramente bello, che non fa altro che cantare l’amore di patria”.

Il libro contestualizza lo sbandamento culturale dell’epoca. Cita eloquentemente il caso di Arturo Toscanini, di idee socialiste, che nel 1919 si candida alle elezioni politiche nel Collegio di Milano nella lista dei Fasci di Combattimento (non fu eletto), con Benito Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti, poi costretto qualche anno dopo all’esilio negli Stati Uniti d’America. Scriveva Puccini a Giuseppe Adami il 30 ottobre 1922, ovvero due giorni dopo la Marcia su Roma: “E Mussolini’! Sia quello che ci vuole! Ben
venga se svecchierà e darà un po’ di calma al nostro paese”.

Puccini muore due anni dopo. E’ difficile immaginare cosa avrebbe pensato se fosse sopravvissuto al cancro, possiamo solo fermarci alla pagina della Venezi che mostra la distanza quasi epidermica tra il grande Maestro e il Duce.

Puccini non aveva mai fatto richiesta di iscrizione al Partito Fascista. Cede “dopo diversi ripensamenti” nella primavera del 1924, già pesantemente malato , quando “l’iscrizione gli viene offerta ad honorem dalla Federazione fascista di Viareggio”.

“L’incontro – forse l’unico – tra Puccini e Mussolini avviene nel novembre del 1923, a Venezia, senza
essere foriero di nessun vantaggio particolare per il maestro. È, al contrario, un incontro breve, segnato
da una certa distanza. Puccini cerca di perorare la causa per l’istituzione di un teatro stabile e nazionale
dell’opera lirica. Mussolini a malapena alza gli occhi dalle sue carte, addirittura sulle prime accoglie Puccini, nonostante il suo peso e la sua notorietà, con un «E lei che vuole?». Alla richiesta del grande maestro, prima Mussolini replica sbrigativo, spiegandogli che le finanze dello Stato non avrebbero permesso una simile impresa in quel frangente – trattandosi poi di un ‘impresa che, nel caso, bisognava portare avanti in modo grandioso, degno di Roma, o nulla!». La nomina di senatore gli toccò per chiara fama: e l’accolse, non per nulla, con scetticismo”.

La figura di uomo del suo tempo che emerge dal libro, per un verso è quella di essere “sempre stato un uomo libero”; dall’altro ci mostra la contraddizione (non rara) dell’uomo che innalza il genio nell’Olimpo proteggendosi però dalla contaminazione dei venti che muovono l’aria dei comuni mortali. Usando il linguaggio di oggi, chiusa l’ultima pagina del libro, si potrebbe riassumere dicendo che Puccini non fu fascista e neppure antifascista; oltre la musica, insieme alle altre contraddizioni umane della sua vita privata, l’Uomo Puccini non fu nulla, o meglio quanto di più classico abbia espresso il carattere italiano proteso al principale tornaconto personale.

“E’ necessario fare i conti con una verità più generale” scrive Beatrice Venezi. “Che supera ogni episodio più o meno contestabile, ed è più grandi di qualunque “passo falso”: dobbiamo ragionare in un altro modo davanti a un artista come Puccini, o come Mascagni. Sono le loro opere a parlare, è la loro sopravvivenza dopo oltre un secolo a dirci quanto valgano. E nonostante i documenti, i lasciti, le lettere, non saremo mai abbastanza vicini al tempo che hanno vissuto, e alla loro vita, per l’ardire di comprendere tutto razionalmente: ogni scelta, ogni avvenimento”.

L’Augusta

L’Augusta è un’associazione culturale nata nel 2020, con lo scopo di proporre appuntamenti di qualità che uniscano tematiche locali e nazionali. Si definiscono una roccaforte del pensiero critico e libero. Tanti appuntamenti per parlare di attualità, cultura, politica, costume e società. Un mix di tematiche locali e globali, presentazioni librarie e tavole rotonde con firme nazionali della cultura e del giornalismo. Il nome richiama “l’Augusta”, il castello creato dal condottiero medievale Castruccio Castracani nel ‘300, quando era signore di Lucca”.

Qui la recensione del libro