di FABRIZIO VINCENTI – Quello che al momento appare certo è che senza un nome unificante, la strada non sarà semplice.
L’intemerata del consigliere comunale di opposizione Ilaria Vietina – in relazione ad alcuni striscioni (di carta) appesi (e non incollati) dai tifosi della Lucchese per invitare la cittadinanza al derby contro la Massese – non dovrebbe stupire. E nemmeno costituire notizia.
Le cronache degli ultimi quindici e passa anni sono pieni di dure reprimende nei confronti della tifoseria rossonera, la cui unica colpa, agli occhi della illuminata sinistra lucchese, è solo quella di essere poco rossa e troppo nera. Un peccato mortale che genera la perenne discesa negli inferi di tutti coloro o quasi che frequentano il Porta Elisa. Una vera e propria fatwa che nel tempo è scaduta più volte nel ridicolo generando topiche clamorose come quella in cui incappò, nell’anno delle ultime elezioni comunali, il sindaco uscente Tambellini (evidentemente mal consigliato) che vide in un bellissimo murales i fantasmi del nazismo. Una lettura a dir poco fobica e totalmente fuori dalla realtà, peraltro non isolata.
Dunque, nessuna sorpresa per la censura dell’ex vice sindaco, nonché animatrice della Casa della Pace, nonché assessore (nella giunta precedente) alla Memoria. Memoria, appunto, selettiva, visto che non ricordiamo, solo per venire ai giorni nostri, alcuna presa di posizione per i manifesti (incollati) ai muri della città per una manifestazione dell’estrema sinistra svoltasi nelle scorse settimane e nemmeno un minimo stracciamento di vesti per le volgari scritte spray regalate da qualche partecipante al gay pride nella zona di corso Garibaldi. L’indignazione, soprattutto a sinistra, è a corrente alternata. Ma se per la polemica generata abbiamo dedicato sin troppe righe, molto più interessante è soffermarsi sugli effetti della stessa.
Generalmente, queste prese di posizione, come quelle sempre più ammuffite sull’antifascismo, sono di maniera, sono nient’altro che un modo per parlare alla propria tribù, al proprio mondo. Per compattarlo, per ricordargli che c’è un pericolo quando non addirittura un nemico. Di solito brutto e naturalmente nero. Stavolta, però, qualcosa non ha funzionato, visto che nella polemica si sono inseriti solo gli appartenenti proprio alla lista di Vietina, ovvero “Lucca è un grande noi” che hanno ovviamente ringraziato e difeso il loro consigliere per aver sollevato il problema.
Dal resto del centrosinistra o della sinistra è arrivato un imbarazzato silenzio. La lunga teoria di comunicati di solidarietà e comunanza di ideali di sigle, associazioni, partiti, comitati di quartiere e di condominio, sindacati vai, enti del terzo settore, unioni di studenti e/o insegnanti (tutte realtà spesso costituite dalle solite persone) stavolta non è partita. Anzi, al silenzio dei tanti si è affiancato il dissenso di alcuni. Come quello (abbastanza clamoroso ma solo apparentemente) del capogruppo Pd in Comune Vincenzo Alfarano che sui social ha ribadito che per vincere le elezioni ci vuole ben altro e ha parlato senza mezzi termini di vecchie ricette che rischiano di non aiutare il centrosinistra. Per Alfarano, insomma, servono ben altri temi per riavvicinare la città.
Una posizione rilanciata da un altro storico esponente del Pd che sui social è molto attivo, ovvero Roberto Panchieri che nelle sue considerazioni si spinge oltre e parla della necessità di voltare completamente pagina escludendo tutti coloro che in passato hanno avuto incarichi. Ogni riferimento a Vietina non pare casuale. Posizioni, quelle dei due esponenti Pd, nette e pubbliche: per una volta i panni sembrano, a differenza del passato, essere lavati alla luce del sole. Posizioni che segnano una distanza politica e forse non solo politica tra alcune delle forze dello schieramento. In altri termini, l’uscita di Vietina, che è a tutt’oggi una delle opzioni che ha il centrosinistra per le prossime elezioni comunali, non ha fatto altro che sturare il tappo delle divisioni interne tra due linee di pensiero opposte. Ovvero tra chi vuole un cambio totale di personale politico in vista della competizione elettorale del 2027 allo scopo di recuperare credibilità in città (andata ai minimi termini nel 2022) e chi invece cerca di dare continuità con le precedenti amministrazioni di centrosinistra comunque ritenute esperienze largamente positive. Il problema non è da poco, perché presuppone di accantonare una classe dirigente o quello che di essa rimane, visto che in molti si sono già messi da parte. Resta in ogni caso il dubbio se saremmo di fronte a un cambio reale o solo a una trovata propagandistica, magari con qualcuno che almeno apparentemente si è tirato fuori dalla mischia ma sempre intento a provare a teleguidare come un joystick l’intero schieramento.
Il dibattito pare avviato: nei prossimi mesi si capirà meglio dove possa condurre nella individuazione del candidato sindaco, se verso uno dei nuovi esponenti presenti in consiglio comunale o alla ricerca di un “papa nero”, ovvero di un soggetto non direttamente coinvolto in politica. E, in questo senso, i rumors da più parti portano in direzione di fondazioni varie, da decenni centri di potere piuttosto vicini al centrosinistra. O, ancora, se si preferirà una scelta ancora più politica, magari con il ricorso alle primarie, strumento che il Pd ha collocato nella raccolta indifferenziata da un po’ di tempo a questa parte, basti vedere l’opposizione mossa in quel di Viareggio alla consultazione tra iscritti e simpatizzanti. E in quest’ultimo caso, siamo certi, Vietina avrebbe le sue carte da giocare, come del resto dimostrò anche nelle primarie del 2021 quando colse un risultato sorprendente contro l’allora candidato del Pd, ovvero Francesco Raspini. Quello che al momento appare certo è che senza un nome unificante, la strada non sarà semplice.

Giornalista
