di FABRIZIO VINCENTI
E’ uno degli interrogativi che riecheggiano nella politica nazionale ma anche locale, nel centrodestra come nel centrosinistra che spera di veder aprire una crepa nello schieramento opposto: il generale Vannacci sino a quando resterà nella Lega? Che sia stato un matrimonio di convenienza – quello tra un segretario nella parabola discendente come Matteo Salvini e un personaggio proveniente dal mondo militare e lanciato in orbita da un libro grazie alla solita cagnara antifascista che regala sempre soddisfazioni ai potenziali bersagli – è apparso chiaro sin dagli inizi.
Troppe le differenze tra il mondo leghista e quelle idee di cui Vannacci intende farsi scudiero. Attenzione: non che la Lega di Salvini non abbia tenuto nel tempo posizioni definibili come di “destra” e sconvenienti anche in materia di politica internazionale, tutt’altro. Citiamo, giusto per chi ha poca memoria, le foto con tanto di maglia con il ritratto di Putin e i viaggi a Mosca del segretario leghista, ma anche, con grande coraggio, la raccolta di firme per l’abolizione della legge Mancino, un vero e proprio randello illiberale nelle mani dell’autorità giudiziaria per tacitare ogni tipo di voce un po’ fuori dal coro, e per l’abolizione delle Prefetture, uno dei tanti retaggi borbonico-savoiardi di questo nostro Paese.
Altri tempi, si dirà. Vero, ma restano battaglie decisamente affini a una destra radicale e nazionale (mai condotte peraltro dalle formazioni nate dal Msi) che Salvini, per un discreto arco temporale, si è intestato nel momento in cui ha provato a sfondare al sud e abbattere lo storico confine del Po. Dunque, non è tanto una questione di posizionamento e di idee – anche se nel frattempo la Lega si è nuovamente ricalibrata e moderata sia in politica estera (con qualche mal di pancia) sia nelle battaglie interne, con la sola eccezione del contrasto dell’immigrazione (ma solo quella clandestina) – quanto, piuttosto, di leadership.
E’ apparso chiaro sin dall’inizio che Vannacci non è tipo da posizioni in seconda fila, né al cinema e tantomeno in politica, ed è una logica conseguenza – a maggior ragione ora che si è appannata la polemica sul suo libro, che il seggio all’europarlamento non gli sta garantendo grande visibilità, che i suoi circoli sono appena sopportati all’intero della Lega – che stia cercando di alzare la posta.
Il ruolo di vicesegretario gli sta stretto, a maggior ragione vista la freddezza che lo circonda (basterebbe vedere l’accoglienza da minimo sindacale riservatagli nell’ultimo raduno di Pontida o le battute al vetriolo di un calibro massimo come Zaia). Oltretutto, le sue idee più radicali non paiono aver fatto breccia in larghi settori della Lega. La posizione a destra della Lega, insomma, non sta pagando, almeno all’interno. E l’ipotesi di una sua uscita, accompagnato dai suoi fedeli, rimbomba ormai da mesi. Somiglia molto alle voci di calciomercato, ma anche in quelle un fondo di verità c’è quasi sempre.
E allora ecco che si ipotizzano riunioni, si sussurrano distacchi, si parla di nuove formazioni da battezzare. Prima a dicembre. Poi a gennaio. Ora a febbraio. Un po’ in tutta Italia. Lucca non fa eccezione (non dimentichiamoci che Vannacci vive a Viareggio): i rumors sulla possibilità che si costituisca un nuovo gruppo in consiglio comunale costituito dai (o almeno parte) consiglieri della Lega e forse da qualche esponente delle civiche presenti rimbalzano. Senza peraltro, almeno per il momento, essere accompagnati da passi ufficiali che potrebbero portare a scombussolamenti anche in giunta.
Per ora, sembra tutto molto sulla carta e il voto di questi giorni in Parlamento sugli (ennesimi) aiuti all’Ucraina non rafforza l’ipotesi di uno strappo. Si parlava di un gruppo consistente di parlamentari che fossero pronti a votare secondo l’indicazione di Vannacci, ovvero contro i nuovi aiuti che sembrano solo destinati a far proseguire un conflitto nella sostanza già deciso. A conti fatti, però, solo in due hanno votato no alla Camera (oltre a sette assenti) e uno al Senato non ha trovato di meglio che alzarsi a andarsene. Un po’ pochino per ipotizzare una falange di guerrieri pronti a staccarsi dal partito, ma il problema dell’insoddisfazione dei parlamentari della Lega resta. Complessivamente sono un centinaio, ed è del tutto evidente che una larga parte di essi, visto lo smottamento elettorale del Carroccio, è destinato a non vedersi confermato il seggio. Così, l’idea di tentare una avventura in una nuova formazione (che se dovesse decollare è chiaro non potrà essere molto avanti nel tempo visto che le elezioni si terranno il prossimo anno), acquisendo la medaglia del militante della prima ora, è forte.
Al contrario, altri potrebbero ragionare che, se uno scranno in Parlamento non sarà nel loro futuro, restando nella Lega potranno sempre sperare in un posto o in uno strapuntino in una delle tante aziende o dei tanti enti dove la politica può sempre dire l’ultima parola. Il quadro è incerto.
Per Vannacci, la cui stella pare in discesa, così come anche lo spazio politico appare ristretto, i tempi per una decisione non sono ulteriormente rimandabili. E, a seconda della scelta, è chiaro che le ripercussioni saranno in tutto lo schieramento politico. Non è un caso che il premier Meloni abbia escluso di accogliere fuoriusciti della Lega per non indebolire Salvini. Meglio trattare con lui che trovarsi una nuova formazione (dentro o fuori il centrodestra?) con cui dover fare i conti a poco più di un anno dal voto. L’interrogativo è sempre più di attualità: Vannacci, resta o se ne va?

Giornalista
