Pasquino_Il Concerto di al Teatro La Fenice
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Il Concerto di Capodanno RAI che squalifica l’Italia

di ALDO BELLI – Il nuovo anno all’insegna della pace? Dei bambini che muoiono di fame?… Macché!!! Una spilla al petto contro la Venezi!

La classe, del resto, non si compra su Amazon. Mi riferisco al Concerto di Capodanno trasmesso dalla RAI dal Teatro La Fenice di Venezia: l’evento musicale con il quale l’Italia ha salutato il nuovo anno. La Grande Musica all’insegna della pace in Ucraina e in Medio Oriente? Dei bambini che continuano a morire di fame nel mondo? L’augurio di serenità e salute per tutti? Macché!!! Una spilla al petto contro Beatrice Venezi!

Sentite cosa ha scritto la penna di Teatrikabul: “Si dà il caso che alla Fenice di Venezia, donde la Rai trasmette il suo concerto di Capodanno autarchico in contrapposizione a quello globalista di Vienna” (immaginate i Wiener Philharmoniker globalisti nella sala dorata del Musikverein di Vienna! senza considerare l’accostamento tra la più prestigiosa orchestra sinfonica al mondo e l’Orchestra del Teatro La Fenice collocata tra il 50° e il 70° posto), sia in corso una durissima battaglia contro la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale… Contro una scelta che li umilia, i lavoratori della Fenice… avendo però quella dignità che manca alla controparte, hanno deciso di non far saltare il concerto ma di eseguirlo portando sul frac una spilla gialla… «per rendere visibile la determinazione nel difendere la dignità del lavoro e il futuro del Teatro». Le spille, autoprodotte, hanno avuto un grande successo, molti musicisti italiani le hanno richieste, e molti spettatori del concerto, cui sono state donate, se le sono appuntate. Lo stesso ha fatto il maestro Michele Mariotti che dirigeva”.

Dubito che ai tempi di Gianni Agnelli sarebbe stato consentito ad Alberto Mattioli di scrivere su La Stampa tanta volgarità. Sono certo, invece, che il Maestro Michele Mariotti con la spilla gialla non si sia reso conto del gesto: diceva Leonard Bernstein che un grande direttore sa quando parlare e quando ascoltare, perché il direttore è sempre un tramite della musica non il protagonista insegnava Herbert von Karajan. In quale altra parte del mondo si potrebbe assistere alla “mal dicenza” di un direttore d’orchestra nei confronti di un proprio collega? A Londra? A Parigi? A New York? Solo in Italia.

L’Italia è quel buffo Paese dove, nella carriera professionale, è un demerito essere “figli di” quanto essere “figli di nessuno”: con la finezza, però, di glissare a piacimento l’albero genealogico familiare o politico. La Venezi, così, diventa la “figlia di”, a cui deve il successo, anche se nessuno in famiglia ha mai stretto una bacchetta o ricoperto cariche di potere pubbliche, però è amica della Meloni e poco conta se da prima che andasse al governo; il giovane Mariotti, invece – senza nulla togliere, ovviamente, alle sue qualità e al successo ricevuto a Venezia – è un purosangue senza amici, vive in un eremo, figlio di nessuno anche se all’anagrafe il padre Gianfranco è stato il promotore e lo storico sovrintendente del Rossini Opera Festival di Pesaro.

Seguendo la logica di Teatrikabul dovremmo aggiungere che Mariotti padre – però – fu assessore alla Cultura del Comune di Pesaro dal 1975 al 1980 e in quella veste istituzionale, espressione del PCI pescarese, ideò e avviò il progetto del Rossini Opera Festival poi inaugurato nel 1980 (sindaco Giorgio Tornati, se non ricordo male segretario della Federazione provinciale del PCI di Pesaro-Urbino). Anche lui, dunque, “figlio di”? Lascio ai talebani e ai tesserati della Casta tali bassezze.

Solo l’idea di farsi notare al mondo con una spilla all’insegna polemica di una singola persona anziché volgendo lo sguardo all’Umanità il primo giorno del nuovo anno la dice lunga, chissà cosa avranno pensato Gioacchino Rossini e Giacomo Puccini nell’alto dei cieli. “Scherza coi fanti e lascia stare i santi”. L’informazione di regime tace, e pure la RAI che lascia scorrere le immagini con la spilla: intimorita come un piccione bagnato dal ricatto di far saltare il concerto. D’altronde, “il coraggio, uno non se lo può dare” diceva don Abbondio. Però, volendo, un piccolo sforzo per imparare è sempre possibile. E al Paese non farebbe altro che bene.