Beatrice Venezi
Attualità

Alberto Mattioli: quando al critico musicale piace la Casta dei Teatri

Caso Venezi. Per il critico musicale “la vera contrapposizione è fra chi parla sapendo le cose e chi blatera perché sa nulla”. Per fortuna Mattioli c’è.

La vera contrapposizione del nostro tempo non è fra destra e sinistra, ma fra chi parla sapendo le cose e chi blatera perché sa nulla” scrive il critico musicale de La Stampa Alberto Mattioli nell’ultima sua performance di alcuni giorni fa. Naturalmente, il dottor Mattioli appartiene alla categoria di “chi parla sapendo le cose”, tutto il resto del mondo “blatera perché non sa nulla”.

Mattioli ci ha deliziato con nove articoli in trenta giorni contro il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, rea di essere stata nominata direttore musicale del Teatro La Fenice di Venezia. Una puntualità ossessiva, tipica di chi teme di non essere compreso o che si senta investito da un sacro fuoco. “Siamo tutti la Fenice”. Agghiacciante! E’ l’adattamento dello slogan “Je suis Charlie” creato dal direttore artistico Joachim Roncin e divenuto il simbolo della libertà di parola e della libertà di stampa dopo il massacro del 7 gennaio 2015 nel quale furono uccise dodici persone nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo. Sull’accostamento “musicale” tra la Venezi e l’Hebdo è inutile aggiungere qualsiasi commento.

Il Mattioli con la spada mi ha fatto ricordare ciò che Fedele D’Amico (1912-1990) ha insegnato a una generazione: il critico musicale non è un semplice recensore, il suo compito è civile e non solo estetico, ha il dovere di essere sempre indipendente, non deve compiacere teatri, interpreti o istituzioni, non si piega alle pressioni esterne e dice sempre la verità anche se scomoda, il critico non è un funzionario dei teatri. E’ qui che “casca l’asino” (pons asinorum dicevano i latini al tempo di Euclide per indicare il punto di contraddizione delle somme).

Non esiste memoria in Italia di uno sciopero sindacale (quello del 17 ottobre per la prima del “Wozzeck” di Berg al Teatro La Fenice) né di un corteo di protesta (quello dell’11 novembre) contro una singola persona (Beatrice Venezi); l’unico corteo del genere che si ricordi è quello di Milano contro il commissario di Polizia Luigi Calabresi pochi giorni dopo la morte di Pinelli organizzato dai gruppi anarchici e della sinistra extraparlamentare. Anche in questo caso, qualsiasi commento è superfluo. Naturalmente, Mattioli lo sa. E infatti scrive: “Le orchestre d’Italia in coro contro Venezi”. L’ardore, il coinvolgimento emotivo di Mattioli, evoca Edmondo De Amicis (piuttosto che Eduard Hanslick o George Bernard Shaw): “Poi ci sono… perfino un paio di meravigliose vecie veneziane, quelle con i ritratti degli antenati dogi in salotti e il filo di perle, che parlano solo in dialetto e vanno alla Fenice dai tempi della Serenissima”. E ancora, con il Cuore che palpita: la “prima botta di commozione arriva davanti alla stazione, quando gli ottoni della Fenice attaccano la Toccata del Vespro della Beata Vergine di Monteverdi, già usata nell’Orfeo, il primo capolavoro della storia dell’opera, e allora pensi che i nostri teatri, la carne, il sangue e l’anima della Nazione, sono sopravvissuti a guerre, pestilenze, incendi, occupazioni straniere, e sopravviveranno (forse) anche al ministro Giuli, al sottosegretario Mazzi, al sindaco Brugnaro e compagnia stonante”. 

George Bernard Shaw (1856–1950), rielaborando Eduard Hanslick (1825–1904, il padre della critica musicale moderna) attribuì un ruolo pubblico e politico alla professione di critico, introduce la forma di critica sociale e non solo estetica, intervenendo anche sul potere culturale, le istituzioni e le direzioni artistiche. La critica musicale è un atto di responsabilità pubblica poiché il critico è il mediatore tra arte e società.

Alberto Mattioli sa bene che la nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Teatro La Fenice è avvenuta nel pieno rispetto delle regole, Mattioli glissa. Quella stessa legge sulle Fondazioni Liriche che ha cristallizzato in Italia la Casta dei Teatri e che non mi pare Mattioli abbia mai criticato. Contro la Venezi “Siamo tutti La Fenice“: ma il Cuore del critico musicale non palpitava quando il ministro Franceschini (PD) speculando sulla pandemia del Covid-19 ha coperto la voragine dei debiti prodotti dalla malagestione nelle Fondazioni Liriche per salvare la Casta dei Teatri. Mattioli glissa sul riconoscimento ricevuto dalla Venezi al Teatro Colon di Buenos Aires. “La motivazione è sempre quella: un “no”, alto e forte… alla nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale, improponibile nel merito e indecente nel metodo“. Il critico però, Glissa sul curriculum della Venezi alla luce del sole e certificato da Operabase. In nove articoli non c’è spazio per dare conto ai lettori de La Stampa di quanti esprimono un’opinione diversa sul linciaggio mediatico della Venezi, e neppure per le centinaia (se non migliaia) di commenti che invadono la Rete in difesa della nomina della Venezi. Solo lui “sa le cose”, tutti gli altri “blaterano perché non sano nulla”. Porge la penna alla tesi della nomina politica della Venezi, non dice ai lettori che per legge la nomina spetta a un politico, il ministro della Cultura, così come accade da sempre, magari ricordando qualche episodio come la nomina di Rosanna Purchia (assessore del sindaco PD) commissario straordinario del Teatro Regio di Torino (2021) dal ministro Franceschini (PD). Il sindaco di Venezia e presidente della Fondazione La Fenice, Luigi Brugnaro, diventa il “il sindaco Brugnaro e compagnia stonante“. Probabilmente Mattioli aveva una stima diversa quando collaborò con la presidenza Brugnano al libretto di sala del Concerto di Capodanno 2020 e 2024 del Teatro La Fenice.

In un Carosello della televisione trasmesso dal 1965, Silvestro inseguiva Titti come nell’originale della Warner Bros., l’unica differenza era che il gatto si blocca quando Titti si ferma sopra la latta del prodotto reclamizzato, ed esclama “Oh no, su De Rica non si può!”.

E’ sì, sulla Casta dei Teatri non si può. E Beatrice Venezi non appartiene alla Casta plasmata dal ministro Franceschini nella riserva blindata della Cultura, ampiamente dominante nei media. Almeno una volta gli intellettuali organici avevano il coraggio e l’orgoglio di dichiararsi tali, oggi invece si mascherano e si fanno passare per opinionisti indipendenti, e forse fanno bene, chissà, alle volte cambiasse il vento…