di FABRIZIO VINCENTI – La scelta di Azione in maggioranza è azzeccata, ma Pardini dovrà giocare anche altre carte per rimanere a Palazzo Orsetti.
La scelta di Elvio Cecchini di accettare la nomina a commissario di Lucca per Azione segna la prima mossa in vista delle prossime comunali del 2027. Non è tanto una questione di numeri comunque significativi – Cecchini, alle scorse comunali, raccolse il 3% dei voti con una candidatura civica sostenuta da due liste (Lista Civile e Impegno Civico) e il movimento di Carlo Calenda, nell’ultima competizione a cui ha partecipato a Lucca, ovvero alle Europee del 2024, ha raccolto il 3,76% – quanto di scenario politico, di posizionamento e di confini dei due schieramenti. Non è un mistero che Calenda, secondo i sondaggi nazionali in ripresa, stia, tra qualche facile ironia visti i trascorsi, avvicinandosi al centrodestra: l’ultimo caso è il sì convinto alla riforma costituzionale sulla Magistratura voluta dal governo Meloni. Ma l’investitura data a Lucca a Cecchini, che è in giunta con una coalizione che abbraccia tutto il centrodestra spingendosi sino alla destra civica di Difendere Lucca, è di quelle che non possono non fare rumore.
Basti pensare che solo tre anni fa, Calenda in persona era in piazza San Francesco al comizio conclusivo dell’allora sfidante sindaco del centrosinistra che godeva dei favori del pronostico, Francesco Raspini. Ovviamente chiamando alle armi contro il risorgente Fascismo destinato a occupare le Mura. Nel terzetto sorridente sul palco, c’era anche Enrico Letta e dietro di loro un beneaugurante slogan: “Insieme possiamo”. Facile lanciarsi nell’ironia su cosa sia stato possibile “fare” per il centrosinistra in quella tornata elettorale.
Non è questa la sede. Interessante è invece il posizionamento di Azione, ora in mano a una persona che ha dimostrato, sia pure con toni sempre misurati, di avere le idee chiare sulla scelta dello schieramento in cui fare politica. Ed è una conferma di quello che sta avvenendo anche a livello nazionale: l’area centrista vicina al Pd è a pezzi. Al di là del livore di Matteo Renzi verso Giorgia Meloni, il posizionamento dell’ex premier, dopo la rottura dell’unione di fatto con lo stesso Calenda, sembra sostanzialmente un tentativo di crearsi uno spazio minimo di manovra sia pure da comprimario, forse unito a una qualche forma di ripicca per la scelta del governo di vietare (giustamente) i compensi per i politici che arrivano dall’estero.
Per il resto, il quadro è desolante. Marcucci prova a creare un’area lib-lab ma sembra un circolo della tombola o poco più, per quanto dalle nostre parti continui giocare carte importanti come hanno confermato le elezioni regionali.
I moderati dentro il Pd soffrono le pene dell’inferno a livello locale, – basti pensare a quanto riservato a Luca Menesini – come a livello nazionale. La realtà è una sola: il Pd ha abbandonato il centro, che era uno dei suoi due perni sin dai tempi dell’Ulivo, e si è spostato a fare concorrenza a sinistra. Il risultato, oltre alla radicalizzazione dell’agenda politica e all’esibizione di toni via via più aggressivi, è l’aver generata una grande ammucchiata in quella porzione dello scacchiere politico: tra il Pd, Avs e 5 Stelle è una gara, in linea con gli scenari internazionali come si è visto anche a New York, a chi è più massimalista. A chi è più “de” sinistra. A cavalcare battaglie sul genere, sul woke, sulla cancel culture, sugli immigrati da accogliere senza freni, sulla Palestina e ovviamente sul Fascismo che è sempre dietro l’angolo. Da almeno 80 anni. Peggio di un disco rotto.
Così, al centro la sensazione è di un chiaro smarrimento. In molti stanno accorrendo in Forza Italia, che a tendere potrebbe anche divenire un problema per il governo, viste alcune sue posizioni. Gli azzurri stanno divenendo la casa dei moderati o presunti tali, ma accanto ad essi altri provano a ritagliarsi un ruolo e tra questi c’è anche Calenda.
Lo scenario nazionale, ovviamente, ha una sua presa anche a Lucca. Dal 2022 a ora, quando Pardini fu eletto, anche dalle nostre parti è cambiato molto e difficilmente alle prossime comunali ci saranno quattro-cinque o addirittura sei candidati sindaci: per l’aria che tira potranno essere due-tre. Ed è chiaro che la gara potrebbe decidersi già al primo turno e ogni voto essere quello determinante. La caccia al consenso così è già partita. E la prima mossa l’ha fatta il centrodestra.
In mezzo a un cambiamento di paradigma, quello che pare rimasto abbastanza stabile, come abbiamo avuto modo di dire in un altro articolo dove sono stati analizzati i flussi di voto, è invece la base del centrosinistra, quello zoccolo duro che nasce con il Pci e nei suoi tanti cambi di pelle e che si attesta intorno ai 18-19mila voti. Ci sarà chi riuscirà a portarli tutti a votare? Il nome di Stefano Baccelli servirebbe proprio a questo. Una operazione simile a Genova con un volto moderato e una coalizione che è al limite dall’imbarcare i centri sociali. Ma in uno schieramento sbilanciatissimo a sinistra, o l’ex assessore regionale trova modo di riaggregare quella placida e democristiana area centrista che da decenni esprime la città, oppure la sua sarebbe solo una candidatura da cavallo di Troia: un moderato per definizione alla guida di una coalizione nettamente di sinistra per accalappiare qualche gonzo magari determinante sul risultato finale. La governabilità, poi, sarebbe un’altra storia. Ovviamente. E’ chiaro comunque che nel 2027 saranno determinanti i singoli voti.
E dunque l’area centrista potrebbe decidere l’esito, anche solo non andando a votare e dunque non incrementando i consensi del centrodestra. La scelta di Cecchini, dietro cui difficile non vedere il totale gradimento dello stesso sindaco, va anche in questa direzione. Ma attenzione: le elezioni si vinceranno o perderanno sulla base della capacità di tenere insieme sensibilità diverse. Occhio dunque alla destra e al suo popolo, ma anche a quel mare di delusi che ogni giorno si ingrossa sempre di più. Senza una decisa capacità di aggregazione quello zoccolo duro della sinistra potrebbe avere la meglio in una gara al ribasso, ovvero contraddistinta da una forte astensione. La scelta di Azione in maggioranza è sicuramente azzeccata, ma Pardini dovrà giocare anche altre carte per raccogliere il necessario consenso per rimanere altri cinque anni a Palazzo Orsetti.

Giornalista
