di FABRIZIO VINCENTI – La Venezi a La Fenice dopo 11 anni senza direttore musicale, l’ultimo fu Diego Matheuz, aveva 27 anni e nessuno fiatò.
Dare patenti di legittimità: ecco uno dei poteri residuali che la sinistra continua a volere gestire ad ogni costo. Naturalmente con quella arroganza che deriva dalla convinzione, atavica, di essere i migliori, di essere coloro deputati a indirizzare le sorti dell’umanità così come di un’assemblea di condominio.
Quanto sta succedendo a Venezia, dove è partito l’ennesimo can can debitamente organizzato e pubblicizzato, per la nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Teatro la Fenice non deve, né può sorprendere. Era scontato. Chi segue anche occasionalmente il teatrino della politica non può non ricordare come, per molto meno, gli ambienti legati alla sinistra si siano mossi con riflessi automatici di fronte a scelte che provavano a rompere la gabbia in cui si prova a voler tenere interi settori della vita pubblica. Tra essi, ovviamente, quello della cultura.
Basti pensare, ma giusto per rinfrescare la memoria, alle proteste, sempre in quel di Venezia, per la nomina di Pietrangelo Buttafuoco a presidente della Biennale del Cinema. Ma gli esempi si sprecano, sino ad arrivare a incarichi di paese, dove comunque, la sinistra ha campato e prova disperatamente a campare. Non si tratta, ovviamente, solo dei compensi, ma di potere. E questa sinistra di cooperative (talvolta trasformatisi in giganti economici), associazioni, mutue assistenze, circoli culturali e quant’altro difende con le unghie e con i denti quel potere che, con gravissima colpa, la Democrazia Cristiana aveva lasciato a suo tempo nelle loro mani.
Cultura. Scuola. Università. Giustizia. Gangli vitali che con grande superficialità i democristiani, affaccendati in altre faccende, spesso anch’esse a contenuto economico, aveva finito per tralasciare. Gli effetti di tutto questo sono evidenti, sono sotto gli occhi di tutti, basta vedere l’atteggiamento di alcuni atenei in questi giorni o quanto è successo agli ultimi due ministri della Cultura che hanno provato, con successo va detto, a smantellare la produzione cinematografica degli amici e dei parenti della sinistra, una produzione totalmente parassitaria con centinaia di migliaia di contributi pubblici versati a pellicole che nelle sale cinematografiche hanno raccolto un numero di spettatori inferiore a quelli che si registrano per una tombola parrocchiale.
Dunque, non deve sorprendere l’arroganza con cui “le Professoresse e i Professori d’orchestra del Teatro La Fenice”, la maiuscola se l’auto attribuiscono e la lasciamo anche per far comprendere quanto in cuor loro si sentano autorevoli, hanno chiesto la revoca immediata della nomina di Venezi. Sembra di sognare, ma è così.
Direte: sono loro che devono nominare il direttore musicale? No, in tal senso si sono espressi, come previsto dai regolamenti, la Fondazione La Fenice, all’unanimità, su proposta del sovrintendente. Ed è venuto giù il mondo.
Venezi è ormai un direttore conosciuto in tutto il mondo, il suo curriculum nonostante la giovane età è rilevante, eppure le Professoresse e i Professori sostengono che “non ha mai diretto né un titolo d’opera né un concerto sinfonico pubblico in cartellone alla Fenice”. Sarebbe come se, con un paragone calcistico, un allenatore vincente come Guardiola venisse rifiutato dai dipendenti della Juventus perché a Torino non ha mai giocato. Ovviamente, le Professoresse e i Professori aggiungono che Venezi non ha mai diretto nei principali teatri d’opera internazionali, quasi fosse una maestrina che dirige la domenica il coro alla Santa Messa.
Per Venezi parla il suo curriculum che vanta oltre 300 concerti sinfonici e 200 recite di opere liriche, eppure per le Professoresse e i Professori lo stesso vanto del Teatro è messo in discussione dalla nomina. Di più: secondo le Professoresse e i Professori si sarebbero già prodotte disdette tra gli abbonati. Sarebbe interessante sapere quanti, pare meno delle dita di una mano, e soprattutto per cosa, visto che Venezi entrerà in scena solo tra un anno.
Tutto davvero molto imbarazzante per la pretestuosità, spesso mischiata a propaganda, che finisce per descrivere uno scenario apocalittico, forse superiore allo stesso incendio che colpì duramente il Teatro una trentina di anni fa.
Alle Professoresse e ai Professori si sono poi aggiunti, ci saremmo sorpresi del contrario, visto che lo schema è rodato ovunque e prevede interventi a catena per convincere che è in atto una vera e propria mobilitazione generale della parte sana della società civile, anche i lavoratori e le lavoratrici del Teatro che arrivano a minacciare stati di agitazioni, scioperi, una nuova resistenza. Ci manca solo, perché no?, l’allestimento di una Flottilla che traversi la laguna per giungere chissà dove, forse a Ostia, per sensibilizzare un governo sordo e reazionario.
Barricate totali, di cui sarà orgoglioso sicuramente un sindacato nazionale, ormai specializzato solo in scioperi; barricate che non ci risultano siano state erette dai lavoratori che da ben 11 anni non hanno un direttore. Già, l’ultima figura a ricoprire questo ruolo fu il venezuelano Diego Matheuz, in carica dal 2011 al 2014 che di anni ne aveva 27 ed era pupillo di Claudio Abbado: ci si può immaginare quanta esperienza vantasse, ma di feroci polemiche non ci fu ombra. Dopo lui, nulla, e forse a qualcuno andava bene così.
Chiaro che il fuoco di fila – sicuramente destinato a montare, a cui certamente seguiranno, potete scommetterci, interrogazioni parlamentari targate Pd – ha un valore politico. Solo e soltanto un valore politico: continuano a pretendere di avere nomine a loro affini culturalmente e politicamente. E’ il tentativo di perpetuare una egemonia culturale che peraltro non fa prigionieri: o sei dei loro o non devi esistere. Venezi ha sempre orgogliosamente dichiarato di esser di destra, ha spesso assunto posizioni scomode e, guarda caso, da allora, è iniziato l’attacco mediatico nei suoi confronti. Sino ad allora, era giovane, donna, bella e brava. Poi è divenuta “bacchetta nera”.
Ci auguriamo che lei, ma prima di lei chi l’ha nominata, non faccia un mezzo passo indietro: questo sistema va scardinato, è la vera battaglia che il centrodestra in tutte le sue declinazioni, da quelle nazionali a quelle locali deve provare a vincere, altrimenti il voto elettorale rischia di restare fine a se stesso. Va spalancata la finestra del pluralismo (che brutta parola per gli epigoni del leninismo…) sull’egemonia culturale che la sinistra pretende di esercitare sin dai tempi di Gramsci. Costi quel che costi. Ma ci vuole coraggio per le battaglie di libertà.
(foto: William Hogarth, 1758)

Giornalista
