di Fabrizio Vincenti – Al Bancomat-Fondazione arriva Marsili, ma i grandi gruppi cosa fanno per la città? Il mondo industriale staccato dal territorio.
Il Bancomat di Lucca ha un nuovo presidente. Nei giorni scorsi, è terminato il percorso da numero uno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca di Marcello Bertocchini, che ne ha retto le sorti per due mandati, a cominciare dal 2017. Inizia l’era di Massimo Marsili, già dirigente in Provincia, in Camera di Commercio e già direttore della Fondazione Puccini. E’ un profilo anche stavolta tecnico, un tecnico peraltro rodato, affidabile e molto felpato nei movimenti: sicuramente un mediatore in grado forse di smussare alcuni angoli e gestire al meglio il rapporto anche con la politica. Tasto, questo, sempre complicato, come ha potuto provare con mano lo stesso presidente uscente a cui non sono mancate le tensioni con il Comune e che è andato almeno parzialmente in continuità con la presidenza di Lattanzi di cui era all’epoca il direttore. Al di là del ruolo e della elezioni del presidente, ci sarebbe molto da dire sul meccanismo della cooptazione dei soci, un meccanismo che inevitabilmente favorisce e rafforza il gruppo che detiene il controllo, ma fermiamoci al cambio al vertice.
Bertocchini, al di là di alcune sbandate, quella sulla Manifattura su tutte, che, sia pure con le attenuanti del caso, è stata notevole per un ente del prestigio della Fondazione che ha visto nell’occasione una importante porzione della città schierarsi contro, la sua esperienza si chiude senza grandi scossoni, a prescindere dagli strascichi della vicenda di Lucca Solare che Bertocchini ha in qualche modo ereditato.
Senza grandi scossoni, dicevamo – e verrebbe da aggiungere in linea con lo spirito della città e con quello dell’ente di San Micheletto che di Lucca rappresenta l’anima – ma con consistenti e continue elargizioni a favore del territorio. Ossigeno in questi tempi difficili.
La Fondazione è, come detto, innegabilmente il Bancomat cittadino: chi ha da chiedere, passa da quelli uffici e, generalmente, un po’ tutti (magari in proporzioni diverse) si abbeverano a quella fonte. Basta controllare gli elenchi di coloro che hanno ricevuto contributi per capire come sia molto difficile che si alzino critiche contro la Fondazione, può sembrare indelicato ricordarlo, ma è un dato di fatto.
E probabilmente per i beneficiari è ancor più indelicato mettersi in scontro (anche quando servirebbe) con chi, con un’ottima capacità organizzativa, distribuisce risorse a piene mani. In alcuni casi, si arriva al paradosso che una larga parte degli introiti di associazioni ed enti arriva proprio da questa voce di contribuzione, una modalità discutibile a cui la Fondazione sta cercando di porre rimedio per evitare che questi soggetti, di fatto, siano sostanzialmente dipendenti dalla Fondazione stessa da un punto di vista economico.
In altri, soprattutto ci viene da pensare a un paio di eventi fortemente voluti dalla Fondazione stessa, ci riferiamo a Pianeta Terra e Conversazioni in San Francesco, abbiamo riserve sull’entità della spesa, davvero consistente, per due manifestazioni che, peraltro, come si può vedere anche dagli ospiti, hanno le stimmate del politicamente corretto, a cui siamo, scusateci, gravemente allergici.
Detto questo, è però innegabile il valore delle contribuzioni riversare sul territorio, a differenza di quello che è il mondo industriale cittadino e provinciale che, permetteteci, continua a essere completamente staccato dalla nostra realtà. Poche le sponsorizzazioni, pochissimi i progetti a lungo termine, vuoi con la scusa della dimensione internazionale di alcuni gruppi, vuoi per il totale disinteresse per un territorio che a queste realtà dona non solo forza lavoro qualificata (e francamente siamo stufi di sentire di tanto in tanto il ritornello del ricatto occupazionale come unica dimensione dell’impegno per Lucca e provincia), ma anche risorse naturali importanti.
Il mondo imprenditoriale, persa anni fa la partita in Fondazione, con la clamorosa bocciatura da semplice socio di Lazzareschi, pare essersi ritirato nelle sue stanze, degnamente affrescate, e nei ritrovi dei clubs internazionali che anche a Lucca non mancano e che fungono da camere di compensazione di interessi e sensibilità. L’impegno finisce qui, al netto di alcune mance a realtà sportive e culturali (che magari vedono protagonisti figli e nipoti degli imprenditori) e di occasionali e meritorie eccezioni.
Poco, davvero troppo poco, per gruppi di dimensione spesso mondiale che hanno davvero il braccino corto quando si chiede in nome di Lucca.
Lo sanno bene gli amministratori di ogni colore che si sono succeduti alla guida della città e non solo. Il caso dello sport, totalmente snobbato – ma ripetiamo anche quello della cultura – è emblematico per capire la povertà di spirito e di visione di una parte consistente del tessuto imprenditoriale che pure fa così bene quando si tratta di gestire i proprio interessi.
Gli esempi di segno contrario non mancano, ne suggeriamo uno, magari con una breve visita sul posto: il caso di Parma, dove il tessuto imprenditoriale ha provato e prova a fare squadra con il territorio. E non è l’unico

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