di Fabrizio Vincenti – Con la sostituzione dell’assessore Minniti la Lega intende anche tornare ad avere un peso politico a Palazzo Orsetti.
Si è conclusa come si doveva già concludere molto tempo prima. Nella vicenda della sostituzione dell’assessore in quota Lega all’interno della giunta Pardini, quello che balza agli occhi sono i tempi della politica, una volta ancora troppo lunghi rispetto non solo a quelli di altri settori della vita, ma persino della evidente realtà.
Il malessere interno alla Lega sull’operato di Giovanni Minniti viene infatti da lontano. Per mesi, verrebbe da dire per anni, è stato confinato ai margini per evitare, in mezzo ai tanti equilibri e equilibrismi della politica, che deflagrasse, creando grattacapi nel partito e anche nella giunta. Ma la realtà era un’altra. E di tutta evidenza. Ovvero, che il bilancio politico-amministrativo dell’assessore portava un chiaro segno meno.
Citiamo, solo a titolo di mero esempio e in ordine sparso, alcuni dei flop. Gestione, da più parti ritenuta insufficiente, della questione bivacchi e della sicurezza in centro storico (compresa l’enfasi iniziale condita da una ordinanza a cui non è seguito un sistematico controllo del territorio), sia pure con l’attenuante che anche le forze di polizia diverse dai vigili siano riusciti a fare meglio. E ancora, festa dei vigili urbani clamorosamente saltata anche per gli screzi con lo stesso comandante. Questione Rsa ripresa per i capelli. Gestione del sociale che, per troppi, anche all’interno della maggioranza, è stata “appaltata” agli uffici senza produrre una linea politica di reale discontinuità rispetto al mandato Tambellini.
E poi, naturalmente, la questione di Antraccoli dove Minniti si è svegliato in ritardo quando c’era da bloccare l’arrivo degli immigrati richiedenti asilo in una piccola corte (ovvero nella scorsa primavera) ed è scivolato sulla vicenda del bed and breakfast sociale (da collocare nel solito posto) con la determina dirigenziale che ha fatto scoppiare il pandemonio pochi giorni addietro. Su questa ultima vicenda, delle due l’una: o Minniti conosceva il contenuto e lo approvava; oppure ne era all’oscuro e il dirigente in questione ha forzato la posizione dello stesso assessore.
Il sindaco, ascoltate le parti, non ha avuto dubbi e confermato la linea del dirigente: Minniti sapeva (forse avendo a suo discarico il non aver capito il rilievo della stessa che andava in contrasto con le assicurazioni date agli abitanti di via dei Paladini nell’autunno scorso) e a quel punto ha fatto capire che tra i due, il sacrificato sarebbe stato il già ex vice sindaco.
La Lega, d’altro canto, insoddisfatta dell’operato del suo rappresentante nella quasi totalità dei suoi esponenti, ha colto l’occasione per chiudere i conti, conscia comunque che questo avrebbe provocato uno smottamento interno. Ed ha tenuto il punto anche quando Pardini, in un primo momento, ha cercato di tenere la barca pari. La sua “giunta a trazione integrale”, lo aveva ripetuto tante volte, non l’avrebbe mai voluta toccare. Ma il problema era ormai politico-amministrativo, difficile continuare a far finta di nulla, anche per tutelare il lavoro degli uffici. A maggior ragione dopo che l’intero gruppo consiliare della Lega aveva sfiduciato il suo rappresentante comunicandolo di persona al primo cittadino. Gruppo consiliare, va detto, che aveva già pesantemente sollevato il problema nei mesi scorsi, ma allora le spinte per evitare lo strappo avevano generato una scelta attendista.
In casa Lega, del resto, si guarda da tempo con qualche preoccupazione alle ormai imminenti regionali, ed è diffuso il timore che eventuali lacerazioni interne possano indebolire ulteriormente il partito, già alle prese con il ciclone Vannacci. Temporeggiare non ha pagato, o forse ha pagato solo per il fatto di aver atteso l’esplosione di un vero e proprio casus belli, il punto di non ritorno su cui poter costruire l’uscita di scena di Minniti. Che, onestamente, sulla vicenda, alla luce della linea difensiva messa in piedi con lo sconfessamento del dirigente, sembra essere riuscito prima di tutto a fare del male a se stesso.
Ora, in attesa degli eventuali regolamenti di conti interni – il segretario provinciale Cavirani ha tenuto il punto andando a diritto sulla richiesta di estromissione di Minniti dalla giunta – l’attenzione si concentrerà da un lato sui possibili e ulteriori sviluppi, si parla insistentemente dell’uscita dal partito di qualche altro esponente mentre sembrano improbabili altri movimenti in giunta di altri partiti, dall’altro sulla scelta effettuata dalla Lega.
Il sostituto di Minniti, Salvadore Bartolomei, se sarà da valutare alla luce degli atti la sua capacità di azione amministrativa nei panni di assessore comunale di un capoluogo, segna già una evidente discontinuità. La Lega, il messaggio è chiaro, intende tornare ad avere un peso politico anche all’interno della stessa giunta Pardini schierando uno dei suoi uomini più conosciuti: Bartolomei è a tutt’oggi il segretario comunale del partito e uno dei più attenti osservatori della realtà politica della zona; uno che, in passato, ha peraltro condotto le trattative per la formazione della coalizione così come della giunta, una volta arrivata la vittoria del centrodestra.
La sua scelta è destinata a generare ripercussioni sia nel partito che a Palazzo Orsetti. E sullo sfondo, ecco le regionali, in cui la Lega cercherà di mantenere (impresa non semplice ma nemmeno impossibile) il seggio lucchese attualmente appannaggio di Massimiliano Baldini che tra gli sfidanti potrebbe trovarsi di fronte lo stesso Minniti. Magari tra i nomi di qualche altra lista. Del resto, la politica è spesso l’arte del possibile. Talvolta anche dell’impossibile.

Giornalista
