di Antonietta Bandelloni – La raccolta delle olive è cominciata da oltre un mese e ci si lamenta della poca produzione d’olio: la frangitura precoce è un problema serio.
Pochi giorni fa, è uscito un articolo su un quotidiano in cui si provava a spiegare il perché i frantoi al momento sono pieni di olive da frangere ma rendono sempre meno, di anno in anno.
Si ragionava in particolar modo sui cambiamenti climatici senza però tenere minimamente in considerazione il fatto che già dai primi giorni d’ottobre i frantoi abbiano aperto le loro porte. Così facendo però impongono a chi raccoglie le olive di portarle a frangere acerbe.

Parlo di imposizione perché non solo iniziano a frangere sempre più presto ma chiudono prima. A fine novembre o a inizio dicembre smettono di lavorare e non c’è più la possibilità di frangere per chi ancora ha olive. Quelle che iniziano a maturare, con una maggiore resa, marciscono a terra.
Le varietà d’olivo autoctone e pregiate come il quercetano, arrivano a completa maturazione non prima di febbraio. In questo momento di polpa ne hanno veramente poca e sono completamente acerbe.
Come dice mio babbo Antonio Bandelloni che nel frantoio di famiglia ha lavorato fin da bimbetto: “I cachi son più buoni acerbi o maturi? Le banane le mangiate verdi? E allora perché pretendete di frangere le olive che ancora non sono maturate? Che sperate di trovarci dentro?” Acqua, poca polpa e dura, più il nocciolo ma di olio poco, molto poco, direi quasi niente.
Infatti le rese sono bassissime ed è un peccato perché olive che riescono a dare anche 180 grammi di olio per chilo, in questo momento non arrivano alla metà: una perdita di prodotto notevole. Si sta parlando di rese pari a 75-80 grammi di olio per chilo di olive.
Se ancora oggi i frantoi si facessero pagare la molenda come avveniva fino agli inizi degli anni Ottanta, farebbero presto ad abbandonare la frangitura precoce.
“La molenda funzionava così: dell’olio prodotto, il 10% andava al frantoiano che poi lo rivendeva e quello era il suo guadagno. Quindi era nell’interesse del frantoiano che la resa fosse alta – dice Bandelloni – poi con i frantoi di una volta a macina, con le fiscole, sarebbe stato impensabile frangere olive così dure e prive d’olio. Non solo si inceppava la pressa, ma sarebbe stata solo una rimessa, una roba senza senso”.

Se a mio nonno Giacinto qualcuno avesse portato olive acerbe come quelle che stanno arrivando nei frantoi in questi giorni, perlomeno nella zona della Versilia, i sacchi nemmeno glie li avrebbe fatti svuotare e avrebbe tirato giù tutti i Santi dal Paradiso. Poco ma sicuro.
Fino ai primi giorni di novembre le olive nemmeno venivano colte e si iniziava a sbattere le piante a Febbraio.
Con il sistema della molenda, più la resa era alta e più anche il frantoiano guadagnava. Adesso invece l’olivicoltore paga dai 19 ai 22 euro al quintale di olive portate al frantoio. La resa, che sia alta o scarsa, non incide minimamente sulla quota da sborsare.
Che sia tutta colpa dei frantoiani? No, non lo è.
C’è la mania di far sempre tutto prima e alla svelta, andando a rovinare l’intera produzione di olio. Mode passeggere che si spera cambino presto: si rimane senza olio perché la produzione è poca e così si va a comprare al supermercato, pagandolo fior di soldi e che sovente viene importato dall’estero dove per altro esistono leggi meno restrittive in merito all’utilizzo degli antiparassitari.

Si dice che l’olio extravergine estratto dalle olive non ancora mature abbia un ricco contenuto di polifenoli. Niente da obiettare in merito sebbene la concentrazione più alta di polifenoli sia nelle foglie e non nei frutti.
I polifenoli poi diminuiscono naturalmente con il passare del tempo e quindi merita rovinare intere produzioni per assumere quantitativi di minimi di queste sostanze benefiche che possono essere assunte anche attraverso altri cibi?
Mi sembra di tornare indietro nel tempo, a quando a nonno Giacinto che aveva un frantoio assai frequentato in Pozzi, frazione di Seravezza (LU), vide ridurre drasticamente le vendite di olio extravergine d’oliva. In televisione cominciarono a pubblicizzare a tutto spiano l’olio di semi come fosse la panacea per tutti i mali: più leggero, gusto delicato per non dire insapore, da adoperare nelle minestrine dei bimbi piccoli. Il bombardamento pubblicitario fu tale che c’era chi vendeva l’olio di propria produzione per acquistare quello di semi.
Il tempo alcune volte rende giustizia e quella moda sciocca adesso è terminata a vantaggio del consumo dell’olio extravergine d’oliva.
Non sarebbe meglio tornare ad adoperare un po’ di buon senso e ragionare un attimo sulle cose prima di andar dietro al primo pifferaio che passa per la via?
Antonietta Bandelloni è nata a Seravezza. Studiosa di Michelangelo e divulgatrice d’arte. Fotografa. Ha pubblicato sei libri dedicati alla vita e alle opere di Michelangelo Buonarroti e ha scritto capitoli per altri due volumi, uno dei quali edito in francese.
